GINO SABAZIO

 

ARTISTI AGOSTINIANI

D'ITALIA

 

Ed. L'ITALICA

GENOVA 1938

 

Dopo la Bibliografia Augustiniana di P. A. D. PERINI, i Musici Agostiniani di S. L. ASTENGO, I Mistici Agostiniani di P. A. M. TONNA - BARTHET, ecco gli Artisti Agostiniani d' Italia. Con questo lavoro l'hinterland agostiniano, è quasi completamente esplorato. Per esserlo del tutto bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere e sarebbe un gran bel lavoro degli Storici Agostiniani, che resero così utili servigi alla storia di tante città d'Italia: p. Cherubino Ghirardacci a Bologna, p. Donato Calvi a Bergamo, p. Bernardo Forte a Savona, pp. Nicola Magri e Luigi Santelli a Livorno, per citare soltanto i nomi che qui per qui mi tornano alla mente. Speriamo che quest'ultima lacuna sia presto, o tardi colmata.

Questo saggio che pure mi costò lungo studio, sostenuto da un grande amore non è cosa perfetta. Perchè le fonti sono scarse, e scarsamente redditizie, anche se consultate come io feci con lungo e diuturno lavoro di anni e con pazienza quasi cenobitica. Si direbbe che molti artisti minori perchè di questi io intendo occuparmi (1) amino rifugiarsi, anche dopo la morte in quella umiltà che amarono in vita (2) dalla quale non è facile trarli né tutti, né sempre, né completamente dopo che tanto secol vi corse sopra (3).

Per questo genere di ricerche gli Agostiniani non hanno le fonti (4) che possono vantare per esempio i Domenicani con la Cronaca (o necrologio) del convento di S. Caterina in Pisa, e con similare Cronaca, o necrologio di S. Maria Novella in Firenze. So bene che, secondo il Venturi, il necrologio di S. Caterina è stato "rimasticato" un secolo dopo la primitiva redazione, e che anche secondo il Barsotti abbanda di legende nate a distanza di anni.

So pure che il Davidhoson ha dimostrato che il necrologio di S. Maria Novella è stato interpolato nel sec XVI. E perciò la critica rigetta l'uno e l'altro, o li accoglie con beneficio d'inventario. Ma, pure sceverando la pula dal grano, qualcosa rimane sempre; quel qualcosa che per gli artisti agostiniani occorre mettere assieme a mo' di mosaico spulciando un'infinità di stampe, e facendo tesoro anche dei più piccoli - e a volte, da soli, insignificanti - particolari. Anche per questa scarsità di fonti e difficoltà delle ricerche a parte la preparazione, più o meno grande, dello scrivente il lavoro, come accennavo in principio, non è e non può essere completo. Ed avrà, anzi à senz'altro, le sue mende; perché nesun lavoro del genere ne vada esente, neppure, la grande Enciclopedia. Ma anche con queste, e nonostante queste, si avrà sempre un saggio, un tentativo che può avere la sua utilità; non foss'altra che quella d'invogliare altri a far meglio. E chi sa non si avveri un'altra volta che "poca favilla gran fiamma seconda" (Par. I. 34) e che

"quest'è il principio, questa è la favilla che si dilata in fiamma, poi, vivace, (Par. XXIV,145-46) e "forse dietro da me con miglior voci" (Par. I, 35) altri risponda, e riprenda e prosegua il cammino a pena iniziato! La mia fatica sarebbe ricompensata abbastanza.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Se volessi fare l'elenco -come lodevolmente si usa- di tutte le pubblicazioni (specialmente locali e adiafore) consultate dovrei dilungarmi di troppo, e ne risulterebbe un elenco monotono, che potrebbe anche avere l'aria di un facile e non simpatico esibizionismo.

Dirò soltanto che -oltre agli autori di storia generale dell'arte e i dizionari di artisti, che ogni persona mediocremente colta conosce- ho consultato quanto di storia e di monografie locali poteva essermi (sia pure in piccola parte) utile al mio scopo; e che generalmente mi giovarono assai più dei lavori d'indole generale (5).

Piccoli libri, opuscoli, senza numero molti, nei quali mi sono sempre industriato di scegliere soltanto ciò che risultava provato al vaglio, della critica; e che ho citato soltanto quando mi occorreva dare un appoggio a qualche affermazione un po' vaga, od incerta.

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(1) Cosa non inutile questa, perché "anche la mediocrità è necessario conoscere per gettare le fondamenta di una vera storia artistica" (A. BERTOLOTTI: Artisti Lombardi a Roma nei secoli XV - XVI. Milano, 1881. Prefaz.).

(2) "Que d'ecrivainis monastiques, par un sentiment d'humilitè chretienne... a l'exemple des architectes, qui a la meme epoque, elevaint dans les airs de magnifiques eglises, sans vouloir y graver leur nom... n'ont cherchè d'autre prix a leur travail que la satisfation du devoir accomplì et le regard de Dieu". ( A. DANTIER: Les monasteres benedictins d'Italie, Paris, Didier, 1867. Vol. I, pag. 393).

(3) Difficoltà riconosciuta anche dal De Mauri per la piccola miniatura. (L. DE MAURI: L'Amatore di miniature... Milano, Hoepli, 1918).

(4) Non so che valore abbia e perciò quanta e quale utilità potrebbe avere il Memoriale del convento di Lecceto, (MS.) che si dice il cod. XLVIII della bibl. Gaddiana. Perché è un po' come l'araba fenice: che ci sia si dice, ove sia non si sa; perche per quante ricerche ne abbia fatto a Firenze non mi venne fatto di trovarlo.

(5) L'ab. Morelli della Marciana di Venezia -che fu salutato principe dei bibliotecari- spese la vita a raccogliere opuscoli, e proponevasi di trattare in apposita monografia "della grande utilità che dai libri piccoli soventemente si trae".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. AGOSTINIANI EREMITANI

Alessandro di S. Agostino (sec. XVI) - Pittore di vetri in Orvieto, ove operava nel 1775.

"L'arte della vetrata per tutto il secolo XV era stata retaggio esclusivo degli ordini religiosi". (Cfr. MUNTZ E., Histoire de l'art pendant la renaissance, Vol. 2; e L. GILLET, Histoire artistique des Ordres Mendiants, Paris: H. Laurens, 1912; passim.).

"La pittura su vetro è nata nei conventi, fiorita sotto il pennello minuzioso e destro dei miniatori di messali; artefici attivi e pazienti, atti a ritentare gli infiniti esperimenti del fuoco che sono occorsi per stabilire i capisaldi della tecnica". (GIO. BUFFA, in Illustrazione Vaticana, An. VI, n. 6, marzo 1937).

Alessandro di Antonio Simone (sec. XV). Nel 1478 lavorò per Lorenzo Strozzi un libro di preghiere con miniature di stile mantegnesco, che ora si trova nella biblioteca Fitzwilliam a Cambridge.

"La dolce arte del minio uscita dal mistero dei chiostri" (E. MALAGUZZI-VALERI: Collezione "L'Italia artistica"di Bergamo, Arti grafiche).

"Il B. Giovanni Dominici -fondatore in Venezia sul finire del sec. XIV, del monastero del Corpus Christi- ordinò che le monache, attendessero alla scrittura e miniatura di libri" (Cfr. L. DE MAURI - L'amatore di miniature... Milano, Hoepli, 1908, pagg. 12 e 22 seg.).

Nel 1409 a Genova Fra Dionisio di... dava a mastro Giovanni Le Begue un quaderno con varie ricette per colori da miniatore.

Ambrogio (sec. XVI) - Miniatore in Perugia.

Nel 1521 scrisse su pergamena i nomi dei confratelli di S. Domenico (Cfr. Archiv. di detta Confrat. Vol. A., 65); nel 1525 un Psalterium, forse per il S. Pietro di Perugia.

Non deve fare impressione -e se mai buona impressione- che un agostiniano lavori per chiese di altri Ordini. E' una lodevolissima cooperazione che nei tempi andati non era rara. Questa cooperazione giungeva a tal segno che a volte erano gli stessi artisti frati -per es. il B. Angelico- che invitavano, o facevano invitare, artisti di altri ordini religiosi. L'arte -perchè a Dio nepote- non ammette campanilismi di sorta. (A. S. Trinità di Firenze il B. Angelico lavorò insieme a Lorenzo Camaldolese). Come diversi questi tempi da quelli delle beghe tra Osservanti e Conventuali, tra Minoriti e Cappuccini, per la forma dell'abito o la barba di S. Francesco!

Anastasio di S. Filippo (sec. XVII) - Diede i disegni per la chiesa e il convento di S. Giuseppe in Ferrara, del quale fu posta la prima pietra nel 1638.

Andrea da Fivizzano (sec. XV) - Visse quasi sempre a S. Spirito di Firenze, ove fu eletto priore nel 1465. Nel 1482 era già morto. Nel 1467 scrive il libro "Guilelmus Becchius. In librum primum Sententiarum", che in una grande iniziale P. ha miniato un S. Agostino in abito vescovile.

Angelo da Vercelli (sec. XV). E' ricordato per avere nel 1482 presieduto alla fabbrica della chiesa Agostiniana della città natia, la quale fu "da lui ben diretta" (G. DE GREGORY: Istoria della vercellese letteratura ed arti, Torino, Chirio, 1819). Parole che non so se alludano alla sua qualità di architetto, o capomastro, o semplicemente sovraintendente. Ma allora gli artisti, specialmente se religiosi, non amavano pavoneggiarsi con titoli pomposi. Invece di scultori si dicevano semplicemente "lapicidae"; invece di architetti, "maestri", o addirittura "operarii", e anche più modestamente "muratori".

Angiolini Serafina - Dal 1761 al 1763 badessa del monastero dell'Annunziata in Piacenza. "Valentissima disegnatrice e ricamatrice, che arricchì l'Annunziata di quasi tutti i tesori che dovevano tentare la voracità di Napoleone" (Cfr. S. L. ASTENGO, Gli Agostiniani in Piacenza. Tipograf. Piacentina, 1924).

Antonio da Cesena (sec. XVI) Pittore che operò nella sua città intorno al 1576.

Antonio (B.) di Pietro da Montecchio (Siena) (sec. 1497) - Forse dei nobili senesi Cerretani. Frate in giovane età a S. Agostino di Siena., donde passò (1440) a Lecceto per vivervi quasi tutta la sua vita, e dove morì in concetto di santità. Il libro antico dei professi di Lecceto scrive di lui: "in cantu plano disertissimus, scriptor et miniator pulcherrimus". Dei suoi libri corali scritti a Lecceto e per Lecceto, ove fu priore più volte, ci resta un graduale miniato del 1490 nel quale si nota -tra le miniature- una bellissima e capricciosa (e condotta con mirabile diligenza) A. maiuscola, formata col corpo e le ali di un drago. Attualmente si conserva alla biblioteca di Siena, ove è un busto del p. Giuseppe Azzoni Agostiniano, cui tanto doveva la biblioteca di S. Agostino, innalzata in Siena dal p. Oliva (1677) su disegno del Segardi. Se è vero quanto scrive il diligentissimo Milanesi, che il B. Antonio "ornò di miniature la maggior parte dei libri (corali) di chiesa di Lecceto", noi potremmo forse identificare in lui e fors'anche nel p. Bonsignori che proprio nella stessa epoca viveva a Lecceto, celebre scrittore di libri grossi da coro e nel p. Giovanni di Paolo dal Poggio, di cui si conserva alla biblioteca di Siena un corale scritto per Lecceto gli scrittori anonimi Agostiniani e miniatori (o almeno tre di essi) dei corali scritti per Lecceto e (se la supposizione ha base) in Lecceto, di cui si parla alla voce Anonimo Illicetano. (Cfr. L. TORELLI, Secoli Agostiniani, Bologna, Monti, 1680-1686, Vol. V; e G. MILANESI, Sulla storia civile ed artistica senese, Siena, Lazzeri, 1862).

Apollonio da Calvisano (Brescia) (sec. XV).

Dopo Fra Giovanni da Padova, è il più rinomato degli artisti agostiniani eremitani, seguito menitamente da fra Gabriele di Venezia. Frate a S. Paolo in Pavia circa il 1480. Insigne e fecondo miniatore del sec. XV, che visse tutta si può dire la sua vita nei convento agostiniano di S. Barnaba in Brescia, e di S. Maria del popolo a Roma. I corali dalle ricche miniature che possedevano i molti monasteri della città e del contado, erano tutti opera sua. Purtroppo perirono, o andarono dispersi quasi tutti, e non restano (al civico Museo) che i corali di S. Francesco, descritti da Andrea Valentini. Sono diciasette volumi (11 antifonari e 6 graduali) scritti da Fra Evangelista tedesco (11) e da Fra Benedetto da Siena (6) francescani su carta membranacea con la data del 1490 e 1494, e miniati da Fra Apollonio. Precedentemente Fra Apollonio aveva lavorato ai corali del suo convento (1454) e a quelli di S. Maria del Popolo in Roma, che attualmente si conservano nell'archivio generale dell'Ordine agostiniano in Roma. Nel 1495 scriveva e miniava un Hymnarium con figure di SS. e BB. Agostiniani e bresciani; prima fra tutte la B. Cristina Semensi da Calvisano, in età giovanile e in abito di terziaria agostiniana, coi raggi di Beata, cui sta innanzi Frate Apollonio, con questa leggenda: Beata Christina de Calvisano de cuius patria est scriptor hujus hymnarii.

Dei corali conservati alla cattedrale di Cremona sono di Fra Apollonio quelli segnati coi N.ri 3, 4, 5, 7, 10, 17. Nel primo foglio del Corale N.ro 5 si legge questo incipit: Ad honorem omnipotentis Dei et beatissime V. M. et B. Augustini incipit Antiphonarium fratrum heremitarum ordinis ejusdem Sancti. E a pag. 217 del N.ro 17: Scriptum Cremone per me fratrem Apollonium de Carvisano ordinis fratrum Eremitarum Sancti Augustini A. D. 1488 gratis et amore. Per l'arte e per Iddio.

Arisi Sollecito (sec. XVII), di Lodi, molto probabilmente come religioso, non di nascita; chè il Martani non lo annovera fra gli artisti di Lodi, pur parlando delle sue opere (B. MARTANI, Lodi nelle sue antichità e cose d'arte. S. Angelo Lodig. REZZONICO 1874).

Nella chiesa di S. Agnese di Lodi già degli Agostiniani ha una bella pala grande (m. 3x5) rappresentante l'Adorazione dei Magi e firmata così: Fratris Soliciti Lauden. Augustiniani observ. Lomb. industria effectum 1596. Nella chiesa di S. Salvatore un quadro del 1651 firmato: Solicitus Arisius August.s laude faciebat: La Visitazione. Nella chiesa di S. Francesco una tela (m. 1.60x3.00) rappresentante Le Stimmate con questa segnatura: Solicitus Arisius Augustin. Laud.s faciebat 1601. Pittura (169x200) abbastanza bella, ma dalle tinte rientrate. Nella chiesa di S. Giovanni a Sessa una Epifania del 1607. Nella celebre e sontuosa biblioteca degli Agostiniani di Cremona fondata dal p. Benigno degli Abiati (c. 1530 +1605) che la vide sorgere sotto la sua direzione negli anni 1589-1592 "i chiaroscuri e i trofei che secondo il gusto del tempo decoravano le pareti e separavano i grandi affreschi, erano stati condotti da Fra Sollecito, coll'aiuto di alcuni frati, che avevano dato mano alla parte ornamentale". I numerosi affreschi, che rappresentavano tutte le arti e le scienze e ritratti di illustri agostiniani, erano dovuti a Gio. Paolo Cavagna di Bergamo ed Orazio Lamberti di Cento, ma l'invenzione delle storie era dovuta per la navata sinistra e centrale al priore del convento p. Timoteo da Mantova, e per la navata destra a Fr. Gio Paolo da Ferrara. (Cfr. "Pitture della libreria di S. Agostino", MS. copiato da Fr. Gio. Paolo da Ferrara, dall'originale di Fr. Timoteo da Mantova, priore di S. Agostino di Cremona nel 1592-96. Questo codice cartaceo del principio del secolo XVII, di 25 carte, è ora proprietà del comune di Cremona).

La famosa biblioteca ricca di pitture, di marmi e di codici preziosi nel 1817 fu rasa al suolo! E molta suppellettile andò dispersa. Frutto anche questo delle libertà moderne di tempi più leggiadri.

Arsenio da Cesena (sec. XVI). Nel 1580 dipinse nel S. Agostino di Pavia, raccomandato ad hoc dal p. Generale al priore. Nel 1579 aveva dipinti tre ritratti nel 2 chiostro di S .Agostino in Pavia (vuol dire S. Pietro in del d'oro?).

Anonima Agostiniana - Città di Castello.

Sulla porta d'ingresso della chiesa di Tutti i Santi delle Monache Agostiniane di Città di Castello vedevasi una pittura antica della Madonna fra due Santi, e in fregio al di sotto era scritto: Has hic scrutensis pinxit abatissa figuras. (Cfr. MANCINI, Istruzione storico-pittorica per la Città di Castello - Perugia, Baduel 1832, pag. 55).

Anonime di S. Alvise - Venezia.

Anche il ricamo nacque e prosperò nei conventi direi spontaneamente, per la sua stretta affinità con la miniatura e l'intaglio, opere prevalentemente cenobitiche: nella miniatura come nel ricamo nessun risparmio di tempo, di lavoro e di pazienza (E. RICCI, Ricami italiani antichi e moderni, Firenze, Le Monnier; pag. 52). Per questo si vide -il che a prima vista potrebbe parere strano- trattato nel 300 e 400 più da gli uomini che dalle donne, (e noi sappiamo dai Benedettini, dagli Olivetani, e dai Calmadolesi di Firenze (E. RICCI, Ricami italiani antichi e moderni, Firenze, Le Monnier; pag. 52) che in seguito presero loro la mano. E il ricamo prosperando assurse a dignità di vera arte; tanto che i ricami erano chiamati senz'altro pitture "picti acu" o per la loro somiglianza col dipinto, che a volte era così perfetta da creare l'illusione, o per riferimento alle pitture o disegni che per il ricamo -specialmente di chiesa- non sdegnavano di preparare anche artisti di grido, da Pierin del Vaga a Spinello aretino, da Raffaele del Garbo al Pollaiuolo, dal Tintoretto a Raffaello. Antonello da Messina diede il disegno per la magnifica pianeta che oggi è a Petralia Soprana.

"Le monache nei loro conventi scorrevano le lunghe ore a intrecciare, tessere, raddoppiare i punti onde formavano i lievi ornamenti ai parati sacerdotali" (P. MOLMENTI, Storia di Venezia nella vita privata, Bergamo, 1925. VoI. II, pag. 159). Ed erano sì "piene d'ogni virtude in li lavori de mano... che veramente da pictori cum loro pennello non lo sapevano fare; et erano simili monasteri de Venetia noti a tutti li forastieri... i quali subito herano condotti a simili monasteri... per vedere cosse bellissime cum lo ago et mano facti" (PRIULI, Diari, IV, 14 citato dal Molmenti nell'o. c. a pag. 459). Ma l'arte del ricamo non si limitò a Venezia: si diffuse in tutte le città, sino a Genova "ove stava di casa", e non conobbe esclusivismi di regole: in tutti i monasteri, di ogni ordine religioso, ferveva così il lavoro del ricamo che già l'edizione di Venezia del 1494 della "Legenda aurea" di Iacopo da Varagine recava a pag. 158 una xilografia de "Le monache al lavoro".

"Le Orsoline, le Carmelitane, le Benedettine, furono fra le altre famose ricamatrici e nel seicento lavoravano anche a veri quadri con figurazioni sacre. Nel 600 e 700 questi monasteri avevano una sala detta lavorerio, dove le monache si occupavano a ricami d'ogni genere. Il pittore genovese Magnasco, detto Lisandrino, ha riprodotto quei singolari laboratori in quadri e disegni vivacissimi" (E. RICCI, o. c. ibid.).

Le Agostiniane di S. Alvise a Venezia (1388-1810) (MORONI, Dizionario, vol. 59) si erano rese così celebri nel ricamare, che il loro convento era meta -specialmente il giorno di Pentecoste, nel quale c'erano maggiori facilità d'ingresso- di concorso di popolo per ammirare "nell'appartamento dove formano il sepolcro di Cristo... un apparamento fatto tutto di punto, o ricamo di seta, oro e perle et vi si vede tutta la passione di Christo; opera veramente singolare e rara pittura, fatta con l'ago dalle monache di quel monastero" (M. BOSCHINI: Le ricche miniere della pittura veneziana, Venezia, Nicolini, 1674, pag. 456).

Lo stesso all'incirca potrebbe ripetersi delle Agostiniane del SS. Crocifisso in Torino, le quali "hanno una tappezzeria superbissima di velluto cremisi... e nel mezzo di essa vi è espressa la Passione del Signore. Lavoro di finissimi punti d'ago, con i più vivi colori al naturale". (Cfr. Guida dei forestieri per la real città di Torino, 1753).

Le Monache Turchine dell' Incarnazione in Genova (che hanno la regola di S. Agostino) godono ancor oggi fama di squisite ricamatrici. Nel 1930 lavoravano egregiamente su disegni del Prof. Francesco Grosso.

Anonimo illicetano (di Lecceto, presso Siena) (sec. XV). Ce lo ricorda Fra Atanasio da Monte Follonico (Siena) in un suo "Memoriale illicetanum" citato dall' Ugurgieri nelle sue Pompe Senesi (an. 1649) a pag. 631 del vol. I: "Ego Fr. Athanasius qui ad praesentem haec scribo ingenue fateor, me vidisse ante obsidionem Senarum tot libros ejus (N. N.) manuscriptos, quod michi erat admirationi. Erant enim eis pieni omnes nostri conventus et cellae fratrum". Cito questo illicetano anche se anonimo ed anche se, probabilmente, soltanto calligrafo per la sua fecondità, che suscitava le meraviglie di Fra Atanasio, e che perciò merita una eccezione (1). Del resto che tra gli Agostiniani di Lecceto ci fossero dei miniatori mi pare si possa dedurre per la maniera con la quale è redatto da questo paragrafo del Landucci: "Circa haec tempora (1496) conscribuntur libri 18 Odeo (cioè al coro, corali) destinati, mira arte perpicti, quorum plerique per venerabiles moniales (Agostiniane) S. Marthae Senarum elaborati sunt, impensis Anselmi generalis et Cardinalis Aegidii viterbensis". (A. LANDUCCI: Sacra Ilicetana Syiva... Senis, apud Benettos, 1653). L'altra parte doveva essere destinata al coro di Lecceto, secondo quanto si rileva dall'altra cronistoria del Landucci: "Arrichì (il Card. Egidio da Viterbo) il coro di Lecceto del gran tesoro dei libri di canto fermo meravigliosamente miniati" 1532: "sono terminati i libri del Card. Egidio per il coro". (A. LANDUCCI: Sacra Selva Leccetana. Roma, Cavalli, 1657, pag. 144).

La citazione latina è redatta in maniera da permetterci di pensare che i miniatori di detti corali fossero artisti di casa. Perchè tutte le volte che il Landucci parla di lavori fatti da operai od artisti di fuori ha sempre cura di registrare quanto fu ad essi pagato; cosa che qui (rara, se non unica eccezione) è completamente omessa. (Cfr. LANDUCCI agli anni 1332 (finestre a vetri colorati, e pitture dell'atrio. Il chiostro e l'atrio di Leceeto furono dipinti dal Lorenzetti nel 1332). 1443 (pitture dell'atrio maggiore) 1496 (stalli nell'atrio e nel refettorio), ove è invariabilmente determinato il pagamento dei lavoratori).

(1) Un'altra eccezione, e sarà l'ultima, la merita BONSIGNORI GEROLAMO (al secolo Mariano) di Siena, morto nel 1523. Frate a Lecceto nel 1485, versatissimo in riti, buon predicatore, coltissimo, più volte superiore, scrittore: "Fu scrittore e celebre e singolare di libri grossi da choro: fece l'Himnario del convento di S. Gimignano, nel tempo che era priore, nel quale si legge scritto di sua mano: "Explicit Himnarius secundum ord. romanum scriptum et notatum per fratrem Hieronymum senensem domo Bonsignoria O. E. S. A. ad proprietatem hujus conventus S. Augustini de S. Geminiano. An. Dom. 1511. Et tu, si dignus sum, ora pro me"." (LANDUCCI, o. c., pag. 150). Nell'edizione latina della Selva -che si può dire opera pienamente diversa dall'italiana- lo stesso Landucci scrive del Bonsignori: "Optimus scriptor magnarum litterarum ut patet in Himnario... de S. Geminiano". Le parole sottolineate ci lasciano pensare a qualche cosa di più del semplice scriba, od ammanuense.

Anonimo di S. Brigida (sec. XIV) Pinerolo. E' un oscuro e modesto pittore degli Agostiniani di S. Brigida, messo in luce dallo spoglio degli archivi di Pinerolo. Dai quali risulta che nel 1393 il Comune di Pinerolo deliberava di pagargli una certa somma "in subsidio unjus imaginis sancte Brigide quam noviter fecit", evidentemente per la sua chiesa di S. Brigida, che gli Agostiniani ebbero precisamente in quell'anno e tennero fino al 1600 (quando fu atterrata con le fortificazioni) per passare (dopo una breve parentesi a una nuova, piccola e provvisoria Cappella di S. Brigida) alla nuova chiesa di S. Maria Liberatrice.

Anonimi di S. Spirito di Firenze.

Alla biblioteca nazionale di Firenze si conserva un pregevole Laudario Agostiniano (Cod. Magliab. II, I, 122), della prima metà del secolo XIV. Era della compagnia di S. Maria delle Laudi, o dello Spirito Santo, che si riuniva nella chiesa omonima come si rileva dalla prima e seconda laude. "Opera senza dubbio d'un frate di S. Spirito, che ha subito l'influsso della scuola senese: Artista fine e smagliante, di una ricchezza straordinaria" con splendide decorazioni e miniature in ogni pagina. (D'ANCONA PAOLO, La miniature italienne du X au XVI siecle, Paris, Van Oest, 1925, pagg. 34-35). Alcuni scrittori l'attribuiscono senz'altro a certo Fr. Giocondo, che fu anche priore di S. Spirito. La prima miniatura rappresenta la discesa dello Spirito sugli Apostoli, presso i quali sta S. Agostino con S. Benedetto.

Un codice miniato, che era al museo imperiale di Vienna, contiene, al pari del precedente, una Appendice, la quale reca miniate le stesse allegorie e le scritte medesime delle pitture di Giusto di Menabuoni da Firenze nella cappella Cortellieri della chiesa degli Eremitani di Padova, cappella distrutta nel 1610, e riproducente "li uomini famosi nella religione di S. Agostino e li titoli delle opere di S. Agostino". Le miniature del codice servirono da modello al Menabuoni. L'appendice è certo opera dell'ordine degli Eremitani di S. Agostino, che ebbe per centro il famoso convento di S. Spirito in Firenze, e Giusto ebbe senza dubbio da quei monaci i fogli alluminati che gli servirono da modello. (P. MOLMENTI, Venezia, pagg. 151-155-156-157).

Bartoli Giovanni, di Signa. (sec. XV). Nel 1416 scrisse: Titi Livii patavini historiae de rebus gestis Romanorum libr. X. E' adorno di fregi e piccole iniziali con mezze figure, la prima delle quali rappresenta Tito Livio. Nella firma l'A, si dice "de Signa castro florentinorum O.E. S. A. exigui professoris". Il prezioso codice trovasi attualmente a Berlino al gabinetto delle Stampe (Collez. Hamilton, 402).

Bartolomeo da Siena (sec. XV) Calligrafo miniatore che fioriva nel 1472, del quale però ci sono ignote le opere.

Battaglia Francesco. (sec. XVII). Nato a Mignegno (Pontremoli). "Frate erasi e non laico da allogarsi ad ogni lavoro". Magister ab intaliis. Scultore in legno, intagliatore, lavorò i magnifici armadi della sacrestia della chiesa dell'Annunziata (già Agostiniana} in Pontremoli (1676) "con mirabile industria e pazienza di otto anni di lavoro", e forse -Benezit lo afferma senz'altro- il coro di S. Stefano in Empoli, finito al tempo del priorato di Fr. Pietro Bianchi di Fivizzano (1693). Armadi sì belli che "non puossi di bellezza far meglio, nè di bontà più desiderare" (GERINI, Annali della Lunigiana).

Nella chiesa dell'Annunziata di Pontremoli l'antica pittura dell'Annunciazione su lavagna è rinchiusa in un tabernacoletto adorno di lavori a tarsia in pietre dure con la seguente iscrizione: "Hoc jaspide perennius aeternum piae devotionis monumentum posuit Fr. Franciscus Baptalia a Menenio A. D. 1656". Da questa iscrizione alcuni dedussero che il Battaglia oltre che intagliatore in legno fosse anche intarsiatore in pietre. Non so se dall'iscrizione riferita possa ricavarsi ciò; perchè mentre negli armadi di sacrestia si legge: Fe (cit.), nel tabernacoletto è scritto posuit, il che può avere od ha senz'altro un significato ben diverso.

Bevilacqua Gabriele (sec. XV - XVI). Figlio del conte Bonifacio. I cronisti ferraresi scrivono che il convento di S. Andrea in Ferrara del quale egli era priore nel 1516 fu in gran parte costruito su disegni suoi. Morì di cinquantanni.

Benedetto di Carpi. Disegnatore. Fece una "Raccolta a penna dei sepolcri e delle cappelle del S. Agostino di Modena", raccolta che passò al celebre Tiraboschi. (Cfr. Memorie storiche di Carpi, 1879-80; Vol. 2, pag. 62).

 

 

Bianco Angelico (c. 1556 +1636) Savona. Fu uno dei più famosi ricamatori del suo tempo. Riprodusse figure, animali e fiori perfettissimi, che giunsero a nobili e Cardinali, a Sisto V e perfino al gran Sultano. Ebbe ripetute offerte di onori e di dignità, che costantemente rifiutò, per continuare a darsi tutto a Dio e all'arte che gli è nepote. (Esempio recente di ricamatore... maschile, a conferma di quanto è stato scritto più sopra: Anonime di S. Alvise).

Delle sue opere si ricordano: un quadro per Sisto V e un suo ritratto; una ricca poltrona per Tunisi; una pianeta per i Gesuiti di Roma. Ricamava con tanta naturalezza da destare ammirazione.

Biondetti.... Ticinese. Celebre ingegnere militare che con le sue fortificazioni salvò l'isola di Malta dai pirati. Lavorò anche in Piemonte.

Bitino (o Bettino) (sec. XIII - XIV) Bologna (2). Un certo p. Bitino, non meglio identificato, probabilmente del convento di Bologna, nel 1295 dava ai maestri Egidio e Gofredino da Campignano (Lombardia) il disegno delle bifore per la facciata di S. Giacomo in bianco d'Istria. A giudicare dalle quali -che richiamano le architetture veneziane- si dovrebbe concludere essere stato il p. Bitino un bravo e geniale disegnatore. (Avvenire d'Italia di Bologna: 19-1-936).

(2) Di Bologna, o in Bologna? Bettino era a quei tempi un cognome fiorentino (Cfr. La Cronica del convento di S. Caterina di Pisa). Secondo la cronologia del Torelli, che tace di questo Bitino, la data si dovrebbe anticipare al 1268 circa, come più probabile.

Bulgarini Bartolomeo (sec. XIV). Frate dello spedale di S. Maria della Scala in Siena, ove una volta era una sua tavola dipinta nel 1379, che ce lo mostra derivante dalla scuola del Memmi.

Allo spedale di S. Maria il B. Agostino Novello (+1309) Agostiniano "vi fondò una religione quale è durata sino ai giorni nostri" (1657). (LANDUCCI, o. c.). E col B. Agostino vi condussero "lodevole ed esemplare vita Fra Giacomo da Visso ed altri con licenza dei propri superiori" (da una bolla di Paolo II).

Bossi Laura (sec. XV) Cremonese, secondo lo Zani; dei Bossi di Castelleone, secondo il Gianelli. Monaca nel convento di S. Maria di Giosafat, detto il Nuovo, in Pavia; della quale città ella riputavasi, firmandosi papiensis. Pittrice di una Annunziata, fu sopratutto scrittrice e miniatrice eccellente. Si conoscono di lei due codici. Uno, conservato dall'archivio capitolare di Fiorenzuola d'Arda, del 1485 scriptus, notatus, et miniatus per me... Contiene (inedita) la leggenda di S. Fiorenzo di Jacopo da Varagine. Codice in fogli grandi di 53 carte, che nel secolo XVII fu privato delle sue miniature. Un altro del 1488, che era prima alla biblioteca Agostiniana di Cremona, poi (dopo la soppressione) passò a quella dei Gesuiti, ed ora è alla Comunale, segnato 56-813-1917. Contiene il commento di Giovanni Andrea, dottore bolognese, super VI libros decretalium. E' ammirabile per la nitidezza e regolarità somma dei caratteri e lo splendore delle miniature. In calce ha una leggenda che principia e finisce con queste parole: Explicit... scriptus per me sororem Lauream de Bossis.

Carusi Bartolomeo (+ 1350). Urbino. Frate in Ancona; vescovo di Urbino dal 1347. C. Magenta nella sua magistrale opera La Certosa di Pavia (Milano, Bocca, 1897, pag. 27) scrive con elogio di questo frate, scrittore del magnifico e celeberrimo Milleloquium di S. Ambrogio, ricco di miniature. Sarebbe anche autore delle miniature? Non sono riuscito ad accertarlo. Il Milleloquium, dedicato a Clemente VI, dal Petrarca vien detto opus magis laboris quam ingenii. Stroncatura ribattuta dal TORELLI (Secoli Agostiniani, Vol. V, an. 1347) il quale, però, tace di miniature; ma dice che l'episcopato fu precisamente il premio del Milleloquium.

Casella Giuseppe (sec. XVIII). Nel 1744 lavorò a stucchi tutti gli altari non marmorei della chiesa degli Agostiniani in Viterbo: la SS. Trinità, che in allora si costruiva ex novo. (Lavoro ripetuto ai nostri giorni, proprio alla Trinità, da un converso agostiniano e viterbese geniale: Fra Cesare Spadini (sec. XX).

Cosma di S. Angelo (1642 +1720) Cupramontana. Valente scultore in legno e intagliatore di ornati. Vuolsi abbia dato un disegno per il Bucintoro di Venezia. (Al secolo si chiamava Cosimo Scoccianti).

Cristina da Luccoli (+1458). L'Aquila. Al secolo Mattia de' Ciccarelli. Sotto il nome di questa beata agostiniana del monastero di S. Lucia in Aquila va uno splendido Officiolo di cc. 95 di rara bellezza, ora al museo comunale di Aquila. Antica tradizione locale vuole sia stato scritto e miniato dalla B. Cristina, che si rivelerebbe non grande disegnatrice, ma degna di considerazione per vivacità di colorito, varietà di lavoro e ammirabile finezza. Critici recenti mettono in dubbio la paternità della B. Cristina per questo Officiolo, senza però saperci indicare una attribuzione probabile. Per questo, e perché una costante tradizione può avere un suo valore, io la ricordo qui, lasciando il giudizio ai competenti.

Damiano di Genova (sec. XIV - XV). Miniatore di cinquantadue volumi, tra i quali il bel Graduale che oggi conserva il duomo di Ventimiglia, che ha le iniziali diligentemente miniate di rabeschi e d'oro. In fine del grosso volume membranaceo si legge: "Istud graduale festivum fieri fecit Fr. Leonardus de Genua ord. eremit. S. Augustini de observantia, et scriptum fuit per fratrem Damianum de Genua ejusdem ordinis; et est quinquagesimum secundum volumen quod Deo dante scripsit 1503 die XVI ianuarj in conventu S. Mariae de Consolatione in Bisanno (torrente Bisagno). Quod quidem praedictum graduale dono dedit idem Frater Leonardus de Genua monasterio S. Mariae de Consolatione extra muros Vigintimilii ord. eremit. S. Augustini, quod confirmavit R.dus Pater frater Alexander de Plebe Vicarius generalis 1503 die 3 augusti". Dal che si capisce che il graduale del fecondo e veloce Agostiniano genovese venne in possesso della cattedrale di Ventimiglia quando furono soppressi gli Agostiniani di quella città.

E' forse lo stesso Fra Damiano da Genova che nel 1496 aveva scritto e miniato un Antifonario e un Saliterio per S. Agostino di Roma, "parte scripti di nuovo (fogli) et parte alluminati", secondo un registro di sacrestia di quella chiesa riportato da E. Muntz nel suo Les arts a la cour des Papes (E. Leroux, Paris 1898, pag. 182.

De Vita Giuseppe (sec. XVIII) Napoli. "Assai fornito di cognizioni architettoniche". Architetto e ceroplastico. Nel 1756 riprende i lavori della chiesa di S. Agostino della Zecca in Napoli (sospesi per alcune difficoltà che presentava il disegno di Bartolomeo Picchiatti) e nel 1761 l'aveva già resa perfetta attuando un disegno di sua invenzione per il coro e la crociera. "Non sapremmo se più possa meritare il Picchiatti... o il p. De Vita che seppe compiere l'edificio". (N. N., Napoli e le sue vicinanze, Napoli, 1845. Vol. I, pag. 341).

Della Volta Gabriele (+ 1537). Venezia. Due volte generale del suo Ordine: 1519 e 1526. Maestro architetto grandemente benemerito della chiesa e del convento di S. Stefano in Venezia, ove profuse le sue ricchezze: de suo expendit magnam quantitatem denariorum. Nel 1525 architettò la nuova sacrestia in stile del rinascimento, nella quale volle essere seppellito a' pie' dell'altare. Nel 1526 fece la porta che dal coro metteva al convento, di pietra in stile lombardo, ricca nei pilastri d'intagli graziosi, sulla quale si legge: Fr. Gabriel G. N. aperuit MDXXVI. Nel 1534 ricostrusse il chiostro, con architettura lombarda, sulle rovine di altro distrutto poco prima da un incendio; chiostro dalle colonne ioniche, di gradevole effetto, mirabilmente frescato dal Pordenone, nel quale tenne il suo primo studio Antonio Canova, ospite graditissimo degli Agostiniani. Il Bembo -che era in corrispondenza amichevole con Fr. Gabriele- lo dice "perito, diligente e animoso architetto", rifabbricatore e abbellitore di quella parte del convento che bruciò nel 1528, per la restituzione della quale s'aggirava "tutto di tra marmi e pietre e muratori" lasciando qua e là e nel chiostro scolpito il suo nome e incisa la sua arme. Ricostruzione armonica, aperta, ariosa: uno dei gioielli del rinascimento. Finiti i lavori, il Bembo dettò la seguente iscrizione: Gabriel Venetus Aug. Her.rum Magister - Donum sociorum incendio absumptam - patriae familiaeque suae a fundam. restituit.

Per S. Maria del Popolo a Roma disegnò il monumento del Card. Canisio, suo predecessore nel generalato.

Di Contro Gerolamo (sec. XV) Siena. Valente magister finestrarum, che fece un'invetriata per la compagnia di S. Pietro in Montalcino raffigurandovi l'Annunciazione, e nel 1452 ne riparò una nella sala grande del consiglio nel palazzo pubblico, dove era rappresentata l'Adorazione dei Magi.

Doglioli Alessandro (sec. XVIII). Mondovì. Nel 1745 intagliò il coro della SS. Trinità in Viterbo.

Egidio Card. Romano (1247 + 1316) (Colonna?). E' ricordato nella storia dell'arte come il primo scrittore d'architettura militare dopo la seconda barbarie d'Europa.

Falesone Giovanni (sec. XV) Siena. Della sua valentia nella pittura su vetro è prova il fatto che nel 1497 fu incaricato in collaborazione del domenicano Giacomo di Paolo di lavorare le finestre del palazzo pubblico di Siena.

Feliciani Francesco (sec. XVI). Nel marzo 1579 è chiamato da M.o Sisto Castaldi, custode della basilica di S. Francesco, a restaurare alcune vetrate della chiesa superiore di Assisi, ove si trattenne sino al giugno. (J. B. SUPINO, La Basilica di S. Francesco d'Assisi, Bologna, Zanichelli, 1925).

Feliciano da Cremona (sec. XVI). Bravissimo ricamatore, al quale il 28 febbraio 1591 si pagano "lire 83 e soldi 13 imperiali per opere e mercede di avere operato l'ornamento detto volgarmente il trezzolo d'oro e serico da apporsi al trono del vescovo nella cattedrale". (Cfr. Liber Buletarum Fabrice Majoris Eclesie Cremone, Lib. V, pag. 212).

Fiorato Fabiano (sec. XVII) Ventimiglia? Di questo oscuro architetto, candidato... a grandi cose, così parla il contemporaneo e confratello P. Angelico Aprosio nella curiosa Biblioteca Aprosiana, pubblicata sotto il finto nome di Cornelio Aspasio Antivigilmi -uno dei tanti pseudonimi di quel capo ameno- (Bologna, Manolessi 1673) a pagg. 183, 191, 192: "Era procuratore (cioè economo) del convento di Viterbo, "soggetto non di molte lettere, ma di gran naturale, quale se si fosse applicato all'architettura avrebbe fatto miracoli. E ben si vede, mentre facendosi qualche fabbrica, discerne gli errori che in quella non son veduti dagli architetti... Carissimo ai vescovi che furono a suo tempo". Nel 1656 disegnò e sopraintese alla costruzione della Biblioteca Aprosiana del convento agostiniano di Ventimiglia.

Francesco Agostino (sec. XVI). Del convento di Cremona. Uno dei modestamente chiamati "alcuni frati". (Cfr. la voce "Arisi") che tra il 1589 e 92 dipinsero nella famosa biblioteca degli Agostiniani di Cremona. Vi dipinse, per parte sua, alcune figure del vecchio e nuovo Testamento.

Garoffoli Pietro (sec. XVII). Nel 1651 si trovava a S. Stefano di Venezia, donde partiva nel luglio "per finire li suoi studi nella città di Rimini". Filosofo, poeta, biblico, disegnatore. Al Museo Gualdo di Vicenza sono due suoi disegni: Mosè sul Sinai che riceve le tavole della legge; Uccello -meraviglioso, dice il Gualdo- tra fiori che dà la caccia a una mosca: (Cfr. Descrizione del Museo Gualdo di GIROLAMO GUALDO del 1650-51).

Ghielli Prospero (sec. XV). Secondo un MS. del Landoni del 1605, che si conserva alla biblioteca dell'Università di Bologna, il Ghielli avrebbe dipinto il trittico della predella dell'altare di S. Giovanni da S. Facondo nella chiesa di S. Giacomo in Bologna, ritraendovi scene della vita del Santo (Cfr. S. L. ASTENGO, Gli Agostiniani in Bologna e il Tempio di S. Giacomo, Bologna, Tip. L. Parma, 1923, pag. 35).

Giovanni degli Eremitani (sec. XIII), o Fra Giovanni Erernitano, o Fra Giovanni da Padova. "Uno dei più illustri architetti del suo secolo, uomo di non ordinario valore, ingegnere del comune di Padova, e adoperato ancora dai comuni di Bassano e di Trevigi" (TIRABOSCHI, Storia della letteratura italiana; vol. V). Peritissimo in gettare ponti, aprire strade e in altre opere idrauliche. Nel 1306 riprende i lavori sospesi del palazzo della Ragione, riducendolo alla forma attuale. Si alzano le mura, si aggiungono due logge ed archi rotondi con arte lombardesca, rifacendovi con genialità il tetto; vero prodigio per quei tempi. Era l'opera più ardita e ingegnosa che a quei tempi si potesse imaginare, e il cui disegno Antonio Monterosso (MS.: Reggimenti di Padova), dice avere Fra Giovanni preso in India, e G. B. Rossetti (Pitture e Sculture di Padova, Padova, 1765) "sul modello d'altro palazzo da lui visto in esteri paesi". Affermazioni che non si saprebbe con quali documenti giustificare. Comunque egli deve ritenersi vero e proprio architetto del palazzo della Ragione. (Cfr. A. GLORIA, Il salone di Padova, Padova, Raudi, 1879).

Nel 1310 il podestà di Padova Gentile dei Filippesi affidò a Fr. Giovanni l'incarico di bonificare il "Prato della Valle" e ridurlo atto ai mercati, alle fiere, alle corse dei cavalli, che doveva diventare più tardi una delle più grandi e caratteristiche piazze del mondo.

Sotto il podestà Ponzino dei Ponzoni aprì in Padova il canale nel quale scorre parte del Brenta, per dare acqua alla città in guerra con Vicenza.

Nel 1306 dirigeva gli incompiuti lavori della chiesa degli Eremitani in Padova, e per coprirla metteva in opera le travi concessegli della soffitta del salone della ragione in premio del suo lavoro. Ma l'obbligo che gli fu posto di dover continuare l'edificio col medesimo disegno con cui nel 1276 era stato costruito dagli Agostiniani il coro e la grande abside, non permise a Fr. Giovanni di uscire dalla semplicità che presentavano quelle parti principali, per cui la chiesa (che secondo altri sarebbe, invece, tutta sua) nel suo interno non presenta gran che di considerevole, se ne eccettui forse l'agile volta ad arco trilobato, voltata da Fr. Giovanni. Non così all'esterno, chè, trovandosi Fr. Giovanni sciolto da ogni servitù, potè dare alla facciata quella severità di proporzioni che la rendono atta a quella religiosa espressione che generalmente si scorge nei prospetti delle chiese di questo stile.

Vuolsi da alcuni che nel 1309 il vescovo Pagano della Torre affidasse a Fr. Giovanni il disegno del palazzo episcopale. Se anche fu, sono sì poche le vestigia che ci restano del primitivo palazzo episcopale, che non possiamo accennarvi che di sfuggita.

Secondo alcuni diede pure i disegni per la cappella degli Scrovegni all'arena di Padova -dipinta da Giotto- che lo ritrasse insieme ad Enrico Scrovegni nell'atto di offrire il disegno dell'edificio: mecenate ed architetto.

Nel 1318 sovraintendeva alla costruzione di un chiostro delle monache di S. Pietro; dopo di che le carte tacciono di lui, che forse mori poco dopo.

Giovanni P. di Firenze (sec. XV). Nel 1453 scrisse e miniò: Servii Comentarii in Vergilium. In fine si legge: Qui scripsit scribat -semper cum Domino vivat - manus scriptoris - salvetur omnibus horis - Frater Ioahnnes P. de Florentia O. H. S. A. complevit hoc opus die XXII mensis Julii anno Domini M 4 53.

Giovanni di Francesco Prato (sec. XV). Visse abitualmente nel convento di S. Lorenzo in Pistoia. Nel 1452 "rialumina uno messale per l'opera di S. Jacopo" (Pistoia). Nel 1453 "scrive rinquaderna e allumina carte quattro d'uno messale dell'Opera". Nel 1456 "ralumina il messale buono di cappella" sempre di detta opera. Opere di maggiore importanza non ci sono note. [GIOVANNI P..., GIOVANNI PRATO: si tratta forse dello stesso individuo il cui nome andrebbe così completato: Giovanni Prato di Francesco - Firenze? Le date permetterebbero la supposizione; ma si tratta sempre di una supposizione, che do per ciò che può valere].

Incerto Agostiniano. "A Castel S. Pietro (Imola) nella chiesa del Suffragio -che gli Agostiniani occuparono nel 1368, portandovisi dalla Castellina nel Medesano (Medicina) in un altare laterale di destra è una tela rappresentante il Martirio di S. Stefano di Domenico Pedrini, o secondo altri di un frate agostiniano" (Cfr. A. FRATI, Storia di Castel S. Pietro, Bologna, Zanichelli, 1905).

Landucci Cristofano (1368 +1461) Siena. Monaco a Lecceto, ove "fu architetto et inventore di quella bella fabbrica della torre, alzata, per defensione del monastero". (Landucci, o. c. pagg. 112 e 120). Dall'incisione che riporta il Landucci appare chiaramente che la torre era in verità -come il medesimo scrive nella sua opera latina- (pagg. 85 e 86): "magnificentissime constructa".

Languasco Tereso Maria (1651 +1698) (al sec. Tomaso Lodovico) S. Remo. Frate (1690) a S. Nicolò in Genova, ove fu scolaro di G. B. Carbone. Pittore fecondo, dei quale si ricordano una Natività di Maria nell'oratorio della Concezione in S. Remo, dal colorito vago e dai belli chiaroscuri; una Mater Misericordiae a chiaroscuro pei Gesuiti di Buonboschetto; una Madonna ad Albisola (Savona); l'Addolorata a S. Margherita di Recco (Genova); il martirio di S. Secondo (sul fare del maestro) per Ventimiglia e un S. Nicola per gli Agostiniani della stessa città; in Genova undici quadri con Santi dell'Ordine nella sacrestia di S. Nicola (vera galleria d'arte), una Madonna in refettorio; nella chiesa della Madonnetta un riuscitissimo S. Agostino, una S. Famiglia da P. Piola, una Madonna fra Santi; dieci quadri per la Visitazione, e le dispute di S. Agostino nei concili. L'Alizeri gli attribuisce pure le pitture di sei Martiri Agostiniani ch'erano nella biblioteca di S. Nicola. Il Ratti, per contro, li dice dell'Assereto; e attribuisce a G. B Carbone la Disputa di S. Agostino. Più che la perfezione del disegno lodasi una soavità di colorito che piace e impressiona favorevolmente.

Levoli Nicola (sec. XVIII) Rimini. Allievo del Gandolfi. Pittore, sopratutto fiorista, operante intorno al 1770. Lasciò dipinti di nature morte ed anche di figure. Una bella natura morta del L. è alla pinacoteca di Rimini.

Matteo di S. Alessio (sec. XVIII) Palermo. Dipinse nella sacrestia della chiesa "Gesù e Maria" in Roma, prima del 1750.

Obediente da Cremona (sec. XVI). Bravissimo in ingegneria e meccanica d'orioli. Nel 1583 fu chiamato dai massari del duomo di Cremona a collaudare l'orologio planisferio del Torrazzo. Esaminato amplamente il complicato magistero dello strumento, ne fece alti elogi e stabilì il "da darsi" all'artefice Francesco Dovizioli.

Ormani Maria (sec. XV). Calligrafa e miniatrice, nel 1453 scrisse e miniò un "Breviarium - Calendario ad usum Ordinis S. Augustini" che attualmente si trova nella biblioteca imperiale di Vienna. A pag. 89 è dipinto egregiamente il ritratto dell'A. in abito di agostiniana con questa leggenda: "Ancilla Iesu Christi Maria Ormani filia scripsit MCCCCL III".

Paci Giovanni (sec. XV) Ripatransone. Priore a S. Giacomo di Bologna dal 1475 al 1485 circa, e poi nuovamente nel 1497. Fu figlio del benestante Dionisio (Rog. Eusebio Ser Antonii del 1497). Dagli storici marchigiani è concordemente attribuito al Paci il portico di S. Giacomo in Bologna -uno dei più belli della città, che fu detto "stupendo architettonico gioiello", "aureo monumento"- dovuto alla munificenza di Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna (1477-1481). E la comune attribuzione risale alla Ripanae Historiae (Cap. XIII) di Giovanni Garzoni, il quale la lesse nella lapide laudatoria che ancor si legge (benchè malamente) nella testata ovest del portico in parola (Vol. XVIII delle Antichitù Picene). Recentemente, però, s'è dubitato dell'attribuzione tradizionale; perchè la lapide direbbe soltanto che G. Bentivoglio commise al Paci di provvedere alla ricostruzione del vecchio portico (che datava dal 1389), come stava provvedendo alla definitiva trasformazione (o deturpazione) di S. Giacomo (1481-1499). Ora provvedere è ben diverso da architettare. (Cfr. C. Ricci,Guida di Bologna, Zanichelli 1882; S. L. ASTENGO, Il tempio di S. Giacomo, Bologna, Tip. L. Parma, 1923). Ma era doveroso citare anche questo nome per le probabilità sia pure tenui che può avere la credenza tradizionale, tanto più che è accettata dal Magni nella sua recente Storia dell'Arte (Roma, Poligraf. Edit. 1905) il quale per di più gli attribuisce anche il palazzo Bevilacqua di Via Massimo d'Azeglio a Bologna (Vol. II, pagg. 29 e 361).

 

 

 

Parentino (da Parenzo) Lorenzo (1437 + 1531). Al secolo Bernardo. Frate a Vicenza, ove morì. Chi lo vuole allievo del Mantegna in Padova, (ove lavorò molto), chi dello Squarcione, del quale ad ogni modo mostra di seguire la maniera nelle dieci Storie di S. Benedetto (ora perite) nel chiostro di S. Giustina a Padova, firmate e datate 1489 e 1494. Alla galleria di Venezia ha una Annunziata e l'Angelo Gabriele, e Gesù in Croce; in quella di Padova gli Argonauti; alla Borromeo di Milano le Amazzoni; nella prima sacristia del duomo di Padova una Madonna con S. Giovanni (attribuzione). Ha pure un quadro a Vienna. Alla galleria Doria Pamphili di Roma (Sal. I, 140) le Tentazioni di S. Antonio, che pare fatto di vetro filato. Il suo Gruppo di musicanti (tela 33x51) del museo di Berlino lo dice specialista in pittura musicale dalla maniera secca e tagliente derivata dal grande mantovano.

Pasini Raffaele (sec. XVI). Venezia. Detto "Pasin". Pittore - incisore del torno del 1608.

Passerotti Arcangelo (sec. XVII) Bologna. Della celebre famiglia bolognese cui appartenne il famoso Tiburzio. Eccellente nel ricamo, bravo intarsiatore di tavolini in finto marmo, singolari e meravigliosi, ricchi di arabeschi ed animali, nei quali mostrò mirabil dote e talento. (An. 1610).

Patarazzi Gabriele Giuseppe (sec. XVIII) Bologna. Bravo pittore paesista del torno del 1740.

Petroni Giovanna (sec. XIV) Siena. Fondò una scuola di miniatura nel suo monastero di S. Marta in Siena, che fiorì per molti anni. Si legge di lei che tra il 1375 e il 1378 miniò otto corali per Lecceto. Le Agostiniane di S. Marta conservavano della Petroni un Antifonario detto dell'Ascensione, per una caratteristica miniatura di tale soggetto, che non si sa che fine abbia fatto. (Chiederne alla Signora Soppressione). Ancora un secolo dopo le suore di S. Marta della Petroni miniavano dei corali (Cfr. la voce Anonimo illicetano).

Pietro da Pavia (sec. XIV). NeI 1389 miniava le iniziali di una Naturalis histonia di Plinio, oggi all'Ambrosiana di Milano (Cod. E. 24, inf.) firmata così: Frater Petrus de Papie me fecit. Caso rarissimo: con la firma è l'autoritratto in veste da Agostiniano. Fu uno dei musaicisti che nel 1444 ornarono il duomo d'Orvieto. Alla Nazionale di Parigi (Cod. lat. 11727) un MS. con stemmi viscontei, ha minii e ornati alla maniera di Pietro da Pavia, che nella storia di Plinio ci offre gustose scenette ispirate all'umile vita campagnuola (1444).

Pietro da Vercelli (sec. XVI). Pittore operante tra il 1466 e il 1510 in Vercelli sua patria, che abbellì di pitture, accennando felicemente a Gaudenzio Ferrari. Di lui si conosce soltanto una iconetta assai bella nella sacrestia di S. Marco in Vercelli, dove viveva. Il DE GREGORY lo vuole maestro di Girolamo Giovenone. (Cfr. Istoria della vercellese letteratura ed arti - Torino, Chirio, 1819): Fra Pietro "è poco noto forse perchè le sue tavole non furono segnate col suo nome, e per la negligenza degli scrittori patrii". (Cfr. L. BRUZZA, Delle lodi della città di Vercelli, Tip. Iberti, Vercelli, 1842).

Poggio (Dal) Giovanni di Paolo (+ 1457). Siena. Pittore e miniatore, riuscì più nelle cose piccole che nelle grandi. Dipinse molto per Siena, ove nel 1422 appare nella Gilda locale e per fuori e per diversi conventi del suo Ordine. L'opera sua forse migliore, ove mostra fantasia abbondante e capricciosa, è all'istituto delle B. A. in Siena, ove conservasi (alla comunale) un suo corale già a Lecceto, dove deve avere vissuto. Ebbe strana fantasia e veemenza convulsa nelle mosse, come dimostrò nel Giudizio Universale ora all'accademia di B. A. in Siena, ove sono -secondo il Cavalcaselle- altre dicianove opere di lui. Al quale sono pure attribuite l'Annunziata tra i Santi Pietro e Paolo e il Crocifisso tra la Madonna e S. Giovanni. Del Poggio -che come miniatore ritrae da Gregorio di Lucca- si ricordano le illustrazioni a Dante. Fu aiuto di Sano di Pietro e scolaro di Gentile da Fabriano.

Il Cavalcaselle ignora che il Dal Poggio fosse frate, come il Baldinucci non sa che Hugo Van der Göes -come tutti sanno- fosse agostiniano lateranense (Cfr. GINO SABAZIO, Hugo Van der Goes, Firenze, Arcivesc. 1927). Ma ci fu un tempo in cui si usava così: laicizzare. Una volta si dava del Fra a tutto spiano, anche a chi non ne aveva stretto diritto; oggi si toglie anche a chi frate era sul serio. Pur di lasciarlo a Fra Lippi perché... era il Lippi.

Pronti Cesare (1626 + 1708). Cattolica (Pesaro). Il padre suo cognominavasi Baciocchi, ma egli preferì chiamarsi col cognome della madre. Il caso non era nuovo nel campo dell'arte. Un tempo (sec. XIII) "non era infrequente unire al proprio nome quello della madre e non quello del padre, e distinguersi con esso; o perché il figlio fosse rimasto orfano in tenera età, o per altre ragioni" (M. FALOCI PULIGNANI, I marmorari romani e Sassovivo, Perugia, Tip. Coop. 1915 - pag. 31). Chi sa perchè? Bizzarie d'artisti? Alcuni dicono per essere cognato d'un ministro del Card. Mazzarino, dal quale ebbe molti servizi.

Scolaro del Guercino a Bologna. Figurista e ornatista rinomatissimo ai suoi tempi, che ebbe una singolare passione per i chiaroscuri a tono di seppia. Dipinse sino a ottandadue anni e, morto, fu sepolto nel S. Nicolò di Ravenna. Qui ove dimorò così a lungo da essere chiamato anche p. Cesare da Ravenna profuse le sue pitture: nella sacrestia del monastero di Classe, ma specialmente nella sua chiesa di S. Nicolò. Nel S. Agostino di Pesaro è lodata la sua pittura dei SS. Agostino e Monica adoranti il Bambino in grembo a Maria. A Rimini -ove si era fatto agostiniano- dipinse più cose. Nella chiesa di S. Agostino il Padre eterno sul frontone dell'altare maggiore, il ritratto d'uno di quei frati e quello del P. Generale, passato di là per caso; nel S. Girolamo la vita del Santo con molta grazia e vivacità; a S. Fortunato i SS. Mauro e Placido, il B. Bernardo Tolomei, e i frontoni di quattro altari. Nel S. Giovanni di Marignano il coro. A Venezia dipinse un Sansone nel palazzo Guiccioli e frescò i palazzi Spreti, Rasponi e del Card. Albizzi a Cesenatico.

Pitture del Pronti in Ravenna:

Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo: Tribuna dell'altare maggiore, affrescata di vaghe pitture. Tavola della Madonna tra i SS. Giovanni e Paolo. Chiesa di S. Romualdo: In sacrestia pitture a fresco, "nel qual modo di dipingere egli opera con somma lode". Chiesa di S. Giovannino: In sacrestia un angelo per insegna dell'indulgenza; "un cavalletto, o trepiedi da catino ingegnosamente e nobilmente dipinto". Nella sua chiesa di S. Nicolò tutte le tavole dei sette altari, delle quali tre si trovano al Seminario, cioè: S. Giovanni da S. Facondo (m. 280x300), S. Francesco da Paola (280 x 300), Madonna in gloria tra i SS. Nicolò di Bari, Nicola da Tolentino e Agostino sopra le anime del purgatorio (m. 300 x 250). La sua S. Monica ebbe gli elogi di C. Cignani. Altre sue pitture erano nella chiesa del buon Gesù, nella galleria del palazzo arcivescovile, nella cappella del Magistrato.

Nel 1659 attese al sontuoso teatro -così allora chiamavasi- nella pubblica piazza per la traslazione della Madonna del sudore.

"Al dipingere di prospettiva aggiungendo la grazia colla quale coloriva le figure, comparve in più luoghi pubblici di varie città della Romagna, come nell'oratorio di S. Girolamo di Rimini. Colori in vari palazzi, gallerie e altre chiese e luoghi particolari, e fece molti ritratti. Ma il più stimabile si è che alla bellezza dei suoi dipinti era congiunta l'amorevolezza dei premi, avendo sempre avuto orrore all'interesse, contentandosi talvolta della spesa soltanto di colori e di pochi denari, e più volte dipinse gratis. In Pesaro nella chiesa del suo Ordine (S. Agostino) vi ha un S. Tomaso da Villanova con una bellissima architettura, e con un gusto originale" (Cfr. LANZI, Tom. II, p. II, pag. 129; VILLA, Imola pittorica, a pag. 1351).

Remitano (forse Eremitano) Arcangelo. (sec. XVI). "Inzegnero de Vicenza", che compare in una partita di pagamenti del 1558. (Cfr. CITTADELLA, Notizie di Ferrara, Taddei, Ferrara 1864, pag. 534).

Ricca Marino dell' Assunzione (1662 + 1725). Lavina (Oneglia). Al secolo Antonio Maria. Architetto della chiesa ottagonale della Madonnetta in Genova, ove si fratò (a S. Nicola) nel 1697. Quest'opera lo direbbe scolaro, o seguace, di maestri lombardi, e fa onore alla natale Liguria e alla sua famiglia, nella quale lo seguirono nell'esercizio dell'architettura Giacomo e Anton Maria junior, che daranno a Genova quattro chiese. Alcuni lo vogliono pure architetto della parrocchiale di Arenzano (1703), una delle chiese più belle della riviera ligure occidentale.

Rinnovato (sec. XVII). Pittore marchigiano fiorente intorno al 1620.

Rossi Vincenzo (sec. XVIII). Diede il disegno e l'opera pel rinnovamento dell'interno della chiesa di S. Agostino in Fermo -già gotico- "alla moderna", come allora dicevasi, atterrando anche l'abside.

Saliano Giovanni (sec. XVII) Fiorentino. Visse qualche tempo in Roma, donde passò al S. Agostino di Avignone. Da cinque lettere che ci restano di lui, indirizzate al cav. Cassiano del Pozzo, e datate rispettivamente da Avignone 3-V-1633, 27-X-1633, 2-VII-1635, 27-111-1635, 28-XII-1635, 4-V-1638, risulta che il Saliano si era specializzato in dipingere ritratti (nei quali divenne assai bravo e si fece un qualche nome) anche a richiesta del Cassiano medesimo. Ma in Avignone non potè lavorare molto, "perchè adesso (scrive al C.) non sono più padrone di quella libertà che a Roma mi concedeano li superiori miei" (lett. 1a) "nè posso lavorare niente di pittura..., per non aver tempo" (lett. 5a). Il 3 maggio 1633 manda al C. il ritratto di Madame d'Aubignan; nell'ottobre dello stesso anno deve fare il ritratto di Madame Ampuy, ma nel 1635 non l'aveva ancora fatto perché "la donna non vuole posare" (lett. 4a) e "si rifiuta sempre" (lett. 5a). In compenso manda al C. un altro ritratto, fatto due anni prima "con diligenza", d'una gentildonna virtuosissima.

Nel maggio 1638 si porta ad Orange per disegnare l'arco antico di C. Mario, sempre su richiesta di Del Pozzo "protettore ed amatore di tutti li virtuosi, e particolarmente dei pittori" (Lett. 2a). (Le lettere del Saliano furono pubblicate dal BOTTARI in una Raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura, pubblicata dal Barbiellini in Roma nel 1754. Cfr. Vol. I, pag. 265 segg.).

Senza dubbio ci meraviglia il vedere un frate dipingere ritratti di dame; ma la meraviglia cessa (od aumenta?) quando si ricordi che in quei tempi leggiadri c'erano frati che facevano il mestiere del buffone alle corti (anche a quella del papa) e che nei conventi maschili e... femminili si davano per il pubblico delle rappresentazioni più o meno serie, sino a tradurre le comedie di Plauto. Fra Mariano Fetti (1519) era il buffone di Leone X, Fra Serafino (di Mantova?) alla corte di Urbino, Fra Dionisio Memmo partiva da Venezia (1516) con uno bellissimo istrumento da sonar per andare in Inghilterra a... far ballare Arrigo VIII e la regina. (Cfr. P. MOLMENTI, La storia di Venezia nella vita privata, Vol. II, pag. 404-05 e 421). Che se si desiderasse una citazione più attendibile, ecco quella del card. I. SCHUSTER (La Basilica e il monastero di S. Paolo fuori le mura di Roma, Torino, S. E. I. 1934): "l'abate di S. Paolo sapeva troppo bene toccare organi e liuto, cantare... e ballare".

Il domenicano fra Iacopo da Cesole scriveva il "Trattato del giuoco delli scacchi". Il Camaldolese d'Abruzzo Giovanni Armonio fu autore, musico ed attore d'una comedia dal titolo Stephanion "urbis Venetae genio pubblice recitata" nell'atrio del convento di S. Stefano, come avveniva dei resto nei monasteri di S. Domenico, dei SS. Giovanni e Paolo ed altri con il concorso di tutta la città. E nel 1587 fra Gio. Maria da Brescia attore mascherato da facchino giunse a tanto che... fu cacciato dalla scene "et si formò processo contro di lui". E nel monastero di S. Marta in Milano -ove pure viveva una Santa: Veronica da Binasco- si recitavano dalle stesse monache comedie alla presenza delle imperatrici. O tempora! o mores! Ma appunto perchè la colpa era forse più dei tempi che degli uomini, noi -pur non potendo in nessuna maniera approvare- forse non abbiamo il diritto di giudicare senza appello, coi nostri criteri moderni, uomini e tempi così diversi e così lontani da noi.

Simone da Cremona (sec. XIV). Miniatore fecondo, che nel 1335 lasciò molte opere e grande fama in Napoli. Miniò un Opus praedicabile, oggi alla libreria di Basilea. Un altro trovasi a Strasburgo ed uno alla Vaticana. Miniò pure delle rime del Petrarca, e si ritiene sia quello stesso di cui il cantore di Laura scrisse nel sonetto LVII: Ma certo il mio Simon fu in paradiso, onde questa gentil donna si parte: ivi la vide, e la ritrasse in carte, per far fede quaggiù del suo bel viso. L'opera fu ben di quelle che nel cielo si ponno immaginar, non qui fra noi. Fatta pure gran parte allo stato d'animo del Petrarca di fronte a Laura... sia pure soltanto dipinta, l'elogio non potrebbe desiderarsi più lusinghiero. Ma secondo altri il Petrarca alluderebbe a Simone Martini.

Simpliciano da Palermo (sec. XVI). Dipinse una Crocifissione con la Madonna e le pie donne per la chiesa della Maddalena in Corleone, firmata così: Fr. Simplician. Augustin.s pinsit Anno D.ni MCCCCCXIIII. La pittura che oggi si trova al museo di Palermo (N.ro 552) ha sentimento ed espressione. Migliore è la sua Pentecoste (già in casa Selipigni) proveniente dalla chiesa di S. Pietro in Castroreale, ove gli si attribuisce pure il quadro d' Ognissanti nella chiesa del Salvatore. La Pentecoste è così firmata: R. Simplicianus Panormita Pinsit Anno D. 1538.

Valentino di S. Perpetua (sec. XVII) Spoleto. Bravo scultore in legno e intagliatore d'ornati. Nel 1683 intagliava i confessionali della chiesa di S. Giuseppe in Ferrara su disegni di Giuseppe Menegatti, pittore ferrarese.

Angiolini Serafina. Dal 1761 al 1763 badessa del monastero dell'Annunziata in Piacenza. "Valentissima disegnatrice e ricamatrice, che arricchì l'Annunziata di quasi tutti i tesori che dovevano tentare la voracità di Napoleone" (Cfr. S. L. ASTENGO, Gli Agostiniani in Piacenza, Tipograf. Piacentina, 1924).

Nella scuola senese di miniatura sono ricordati con onore Fr. Pietro da Siena (1374) e Fr. Giacomo (1389), priore di S. Spirito in Firenze.

Nomi di miniatori agostiniani sono ricordati nei regesti della camera apostolica del Vaticano per pagamenti di libri minati per ordine del Papa al tempo d'Avignone e in seguito. Sono notizie molto scheletriche; non danno che il nome, a volte incompleto, e la somma pagata; come di quelli pubblicati dal BERTOLOTTI in Artisti Lombardi a Roma e dal MUNTZ in Les arts a la cour des papes. Ad ogni modo i detti registri potrebbero consultarsi con qualche utilità.

Gli Agostiniani contribuirono assai alla conoscenza dell'arte della lacca in Venezia, ove fiorì primamente in Italia. Nei primi della seconda metà del seicento un agostiniano tenta "la ricetta vera e mirabile" delle lacche "al modo orientale", e la invia ai suoi correligionari di S. Stefano in Venezia, i quali l'usano e ne danno notizia ai maestri "depentori", che poi si diranno "depentori alla cinese", e qualche volta anche "maestri locatori". (GIOVANNI VENNI, in Osservatore Romano del 28 aprile 1938).

 

 

 

 

 

2. AGOSTINIANI LATERANENSI

Anonimi. "A loro (muratori lombardi) forse debbesi attribuire il disegno e la fabbrica del nostro tempio (cattedrale di S. Giovenale a Narri) se non ad uno dei canonici regolari (lateranensi), i quali religiosi ben conoscevano tutte le arti, ed essi furono i primi possessori del nostro tempio". (G. EROLI, Descrizione delle chiese di Narni, Narni, Tip. Petrignani, 1898).

Airoli Angela Veronica (1590 +1670) Genova. Del monastero di S. Bartolomeo (Genova), detto dell'Olivella, perchè sorgente in un oliveto, e anche dei Carmine perchè in prossimità della chiesa omonima. Fu la prediletta fra gli allievi di Domenico Fiasella detto il Sarzana dalla sua patria e "arrivò a qualche grado di perizia nell'arte del maestro" (RATTI-SOPRANI, Vite dei pittori liguri, Genova, 1768 Vol. I, pag. 238). Monacatasi in giovine età, non abbandonò la pittura, ma si specializzò in quadri di soggetto religioso pel suo monastero, nella chiesa del quale avrebbe dipinta la volta, secondo il BENEZIT in Dictionaire des peintres, sculpteurs, ecc., Paris, Roger, 1911. In breve tempo scrive qualche autore andò affermandosi come una delle più reputate pittrici dei sec. XVII. E' ricordata con lode una sua tavola che ancora si vede nella chiesa di Gesù e Maria (vulgo S. Francesco di Paola) dei PP. Minimi in Genova, rappresentante S. Giovanni Battista. E' l'unico saggio che ci resta di lei (e per di più guasto dai restauri) che la regalò a detta chiesa per avere ivi pregato bambina e avuta l'ispirazione alla vita claustrale.

Bacchi Pietro di Bagnara, o Bagnaia (Imola); (sec. XVI) detto comunemente Pietro Bagnara. Alcuni lo vogliono forse senza fondamento scolaro di Raffaello, che imitò con debole colorito. Fu piuttosto un eclettico incerto, vittima di tutte le impressioni. Viveva a S. Maria in Porto (Ravenna) circa il 1550, ove dipinse un S. Sebastiano, una pala di S. Lorenzo per l'altare omonimo, una grande tavola per il refettorio (La moltiplicazione dei pani) e bellissimi arabeschi nella volta, una grande Crocifissione a matita con gran numero di figure. A Verdace dipinse nel 1537 per la chiesa di S. Giovanni una Madonna tra S. Agostino e il Battista con vago paesaggio e una bellissima Conversazione sacra. A Milano nella chiesa della passione Gesù che va al Calvario con data: 1579. Opera nuova, però mediocre, dal colorito languido come una tempera, che risente l'influsso delle scuole ferrarese e veneziana. Al museo di Padova sono due sue tavole già a S. Giovanni di Verdara in Padova: La Visitazione (1537) e la Madonna su ricordata.

La firma abituale del Bacchi era devotamente umile: Orate Deum pro anima huyus pictoris.

Cavalli Silvio (secc. XVII - XVIII) Bagnolo Mella (Brescia). Magister ab intaliis che visse a Brescia, ove intorno al 1660 intagliò banchi ed armadi per la sacrestia di S. Afra, vero museo d'arte. Nel 1725 viveva ancora. Si legge di un Fra Silvio incisore del 1690 che forse deve identificarsi col Cavalli.

Clovio Giulio Giorgio (1498 + 1578) Dalmata. Il principe -il Michelangelo, come fu detto- dei miniatori: "piccolo e nuovo Michelangelo" (Vasari). Recentemente il Clovio fu oggetto di critica non sempre serena da parte degli storici d'arte della Croazia, che vogliono farne un Croato, e del Thieme Beker che vuole sfrondare la gloria del Clovio (per lui esagerata) e togliergli molte opere, che comunemente gli furono sin qui attribuite. Ma il Clovio rimane sempre "il Clovio", e dalmata -cioè italiano- anche se per caso nato in Croazia. Poichè i suoi genitori erano venuti di Macedonia (ed ecco perchè egli a volte si firma Macedo = Macedone), cioè erano illirici, o più esattamente Dalmati. Che se a volte firma "de Crovazia" o "Crovatino" è per capriccio d'artista, che altre volte si firma "illirico". D'altra parte (anche se nato a caso nella Schiavonia, in una villa detta Grisone, o Grizane, oggi Krisane) è italiano d'adozione, chè venuto in Italia a 18 anni, non l'abbandonò più. Da questa età 1516 comincia il suo lungo peregrinaggio artistico. Nel -1516- è a Venezia, poi a Roma, scolaro (per la grande pittura) di Giulio Romano. Da Roma -ove fu a servizio del card. Marino Grimani- passò (1524) alla corte del re Lodovico II d'Ungheria; caduto Lodovico (1526) tornò in Roma al servizio del card. Campeggi, e -poi- del card. Farnese: studia Raffaello e Michelangelo. Nel famoso sacco di Roma fatto prigione, fece voto di farsi religioso se avesse ottenuto la libertà. Vestì l'abito di S. Agostino nel monastero di S. Ruffino in Mantova (1521), lasciando il suo primo nome di Giorgio, per il secondo (Iulio) in onore di Giulio Romano. Da Mantova a Candiano (Padova) ove visse molto tempo, e dove approfittò per la sua arte del rinomato Girolamo dei Libri.

Passò a Perugia, miniatore del card. legato Grimani, nel 1538 del Papa e del card. Alessandro Farnese, di cui era ospite. Nel 1551 era a Firenze, miniatore del Granduca Cosimo; nel 1556 segue il card. Farnese a Perugia; nel 1557-58 lavora a Piacenza per Margherita d'Austria. Nel 1560 è a Correggio e a Venezia in cerca di oculisti, nel 1561 ritorna definitivamente a Roma, ove nel 1578 moriva nel palazzo del card. Farnese. Volle, però, essere sepolto nella sua chiesa di S. Pietro in Vincoli, con questa semplice iscrizione: Hic iacet O. Iulius Clovius. Desiderio che non fu rispettato, perchè la breve iscrizione fu sostituita 54 anni dopo da un lungo elogio che incomincia con questa frase giustissima: Iulius Clovius pictor nulli secundus, sotto un suo ritratto in bassorilievo di marmo. Presago della sua fine, pochi mesi prima di morire dettava il suo testamento e redigeva un inventario delle opere sue che avrebbe lasciate: "plures lugubrationes et varia opera et dessegni nuncupati confecit" che assommano a circa ducento, parte di sua invenzione, parte su disegni fornitigli da Michelangelo, parte copiati da capolavori. Testamento del 27 dicembre 1578, nel quale nomina con affetto il prediletto tra i suoi discepoli: D. Claudio Massarelli da Caravaggio, che lavorò sempre in Roma, lasciando una produzione copiosissima.

Clovio portò la miniatura -in cui profuse grazia, una precisione meravigliosa e un colorito divino, con un segreto che morì con lui- al suo apogeo, e insieme alla decadenza; perchè confondendola con la pittura, le tolse la propria fisionomia e l'uccise. Se non è più giusto dire che ormai la miniatura aveva fatto il suo tempo, per cedere il campo alla grande pittura e... al libro nuovo creato dalla diffusione dell'arte della stampa. Moriva la miniatura e nasceva la xilografia. "Dell'arte mia -scriveva melanconicamente un miniatore degli ultimi anni del 400- non se ne fa più niente; l'arte mia è finita per l'amor deli libri che si fanno in forma che non si minian più". La stampa distrugge il codice.

Miniò incomparabilmente -con un alito di poesia, dice il Muntz- il Paradiso di Dante (Cfr. M. COZZA LUZZI, il Paradiso dantesco nei quadri miniati e nei bozzetti di G. Clovio, sugli originali della biblioteca vaticana. Roma, 1893). In Vaticano si conserva pure la sua Vita di Federico duca d'Urbino, così meravigliosamente miniata da sembrare un miracolo.

Gli si attribuiscono le Horae di Dionora, duchessa di Urbino (1510-20) ammirevoli, caratteristiche per l'abbondanza d'uccelli d'ogni fatta.

Alla pubblica libreria di New Jork si conserva un suo Lezionario del 1534 offerto a Paolo III dal nipote Card. Farnese.

Nel Messale per il card. Farnese si legge: Iulius Clovius monumenta haec Alexandro Farnesio domino suo faciebat 1546.

Si citano, inoltre, tra le sue opere migliori, i corali della cattedrale di Siviglia, e il meraviglioso Uffiziolo della Madonna, rilegato dal Cellini, che Paolo III donò all'imperatore Carlo V (1536), con le 26 storie della Vergine che gli costarono nove anni di faticoso lavoro. Le belle pagine erano scritte dal valente calligrafo Montecchi. Il Clovio fu anche intagliatore di gemme.

Un auto ritratto del Clovio è a Pitti, firmato così: d. Giulio Clovio miniatore, e un ritratto di lui lo dipinse Domenico Theotokopoli, detto il Greco.

Comanino Gregorio (sec. XVI). Dilettante di arte pittorica, nel 1591 pubblicò in Mantova l'opera "Del fine della pittura".

Confalonieri Eustachio (sec. XV). Della canonica di S. Pietro in Ciel d'oro a Pavia. Con tre suoi colleghi miniò nel 1493-94 tredici corali e antifonari per la certosa di Pavia, asportati nel 1782 ed ivi ritornati nel 1883. "Le Immineature delle lettere grandi delli Messali antichi della chiesa sono state fatte da un don Eustacchio Confanorerio, canonico in San Pietro Celo aureo l'anni 1493 et 94 (Memorie inedite della Certosa di Pavia, in Archivio storico Lombardo, Anno VI, pag. 143).

De Nardis Antonio (sec. XV) Brescia. Sopraintendente alla costruzione del monastero della sua congregazione presso il Laterano (1440-45). (Cfr. la voce Nicola).

Evangelista della Croce (+ 1560) Milano. Vicario di S. Maria Bianca di Casoretto fuori porta Tosa a Milano. Diligentissimo miniatore e coloritore vaghissimo, che inizia la collezione dei celebri libri corali della Certosa di Pavia. Nel 1544 accetta, con regolare contratto, di fare per detta Certosa un Graduale di centoquattro pagine membranacee, e nel 1548 gli è pagata la prima nota pel lavoro non ancora del tutto finito. (Forse nel frattempo attese ad altri lavori). E il lavoro è detto "librurn magnum in carta pecorina; (qui) pro parte est ameniatus, pro parte nondum est perfectus". Nel 1551 era infermo nel monastero di S. Giovanni Battista in Verona.

Un suo Messale conservato oggi alla biblioteca di Brera manifesta insigne bellezza, stile purissimo, grande finitezza e precisione negli ornati ad oro e colori, graziosa composizione. Fondendo insieme lo studio di Leonardo e del Correggio, si formò uno stile suo proprio dolcissimo nel chiaroscuro, dai mirabili puttini. Non so se questo miniatore possa identificarsi con quell'Evangelista di Milano che nel sec. XVI dipinse lo stemma del Comune sulla Lanterna di Genova. (Cfr. Il Raccoglitore Ligure, Ann. I, n. 7). Nel caso affermativo avremmo a Genova -ove poteva dimorare a S. Teodoro- un nuovo aspetto dell'attività di Evangelista della Croce.

Fieschi Tomasina (1440 + 1534) Genova. Parente, secondo il Cervetto, di S. Caterina da Genova, (S. Caterina Fieschi Adorno e i Genovesi, Genova, Tip. della Gioventù, 1919) il che è da altri messo fortemente in dubbio. Erra il Soprani (Vita della Ven. Suor Tommasina Fieschi, Genova, Celle, 1667) e il Porpora (Vita mirabile della B. Caterina di Genova, Genova, Casanova, 1682), dicendola domenicana di S. Silvestro de Pisis; giustamente l'Alizeri (Di Suor Tomasina Fieschi pittrice e ricamatrice. Atti della soc. lig. di storia patria, vol. VIII) la dice agostiniana lateranese a S. Maria delle Grazie. Tale infatti risulta dai Monialium documenta pubblicati dal notaio Muzio e conservati MS. alla biblioteca civica Berio di Genova (Db. 10.7.39). In due atti capitolari, infatti, del monastero genovese S. M. de Gratiis ordinis S. Augustini Canon. Regul. S. Ioannis Lateranensis del 1458 e 1491 si legge: Soror Thomasina de Flisco.

"Sentiva tanto ardore di spirito che per mitigarlo si esercitava in iscrivere, comporre, dipingere... Dipingeva di sua mano molte diverse figure massime della Pietà, e un certo devotissimo misterio, quando il sacerdote consacra sull'altare. Lavorava coll'ago sottilmente cose divote e belle, delle quali si vede ancora presso le monache del suo primo monastero (3) un Dio Padre con molti angeli dintorno, e con un Cristo ed altre figure di Santi con grazioso artifizio e maestà" (CATTANEO MARABOTTO, Vita mirabile di S. Caterina Fieschi Adorno da Genova, ristampata a Padova nel 1743 dal Comino, cap. XLV).

E il citato Soprani: "Nell'hore di ricreatione hor con variate sete... hor con framischiati colori esprimeva su le tavole col pennello Eroi celesti, historie sacre, misteri divini, figure soavi e volti spiranti, cose tutte singolari". L'unico saggio che ci resta è conservato dalle Clarisse di Albaro. E' una pergamena miniata fissata su tavola (0.75x0.50) rappresentante Cristo incoronato tra i simboli della passione, dietro la quale si legge: "manibus depicta ad R. M. S. Tomasiae de Flisco, quae in anno Domini 1534 aetatis suae 86 requievit". Il ricordato Cervetto scrive che "presso le suore lateranesi di S. Maria in Passione (4) si conserva un ricamo di T. Fieschi su fondo cremisi", che ritrae magistralmente l'ultima cena di N. Signore. Ma attualmente non ne esiste più traccia. Lo stesso scrittore crede di poterle attribuire (o. c.) anche un ternario della Consolazione di Genova. Alcuni hanno supposto maestro in pittura della Fieschi Giovanni Mazzone di Alessandria.

(3) Dice primo monastero perché nel 1497 Suor T. Fieschi entrò, per ordine superiore, nel convento dei SS. Filippo e Giacomo, decaduto, per riformarlo "in più osservanza".

(4) Il monastero di S. M. in (o de) Passione in Genova non era precisamente di Suore (meglio canonichesse) lateranensi, ma di moniales "sub regulari observantia ordinis heremitarum B. Augustini" e perciò "nuncupatarum eremitarum": chiamate eremitane (Cfr. Muzio, MS. citato).

Gerolamo da Rimini (sec. XV). Autore del Codice Vat. Lat. 1569 di f. 152, che dimostra un buon disegnatore, che conosce il paesaggio peruginesco. A carte 152 si legge: "Ego Dominus Jeronimus Animinensis canonicus regulanis Sancti Augustini quondam Mattei filius et Tauris. Anno gratiae Domini 1483 raptim et ante lucem haec scripsi". Non è bene accertato se lo scriba sia anche il miniatore; ma il Serafini inclina a crederlo, basato anche su criteri interni e appoggiato su un particolare della pagina 69. (Cfr. la Rivista "Arte" dell'anno 1892 a pag. 260).

Giacomo Filippo (sec. XV) Milano. Visse molti anni a S. Salvatore di Bologna, ove lavorò dal 1490 al 1510. Al Museo Civico di Bologna i codici N.ro 53 (an. 1490), 54 (an. 1491), e 55 (an. 1507) sono segnati col nome di Fr. Giacomo Filippo, che si dimostra miniatore valente e disinvolto, dagli angeli divini, sebbene a volte troppo lezioso. Il N.ro 54 ha questa didascalia: "pro conventu S. Salvatoris in Bononia, exaratum per me fratrem Iacobum Philippum de Mediolano, ejusdem monasterii professore. 1491. Laus Deo".

Alla Biblioteca di Parma c'è un codice miniato del 1467 con la scritta: opus fratris Philippi de Mediolano. Che si tratti dello stesso autore?

Recentemente il Malaguzzi ha dubitato della sua qualifica di miniatore, ritenendolo soltanto ammanuense. (Cfr. La Corte di Lodovico il Moro, Hoepli, 1917, Vol. 3).

Grippi Arcangelo. Bologna. Bravo pittore e copista del secolo XVII.

Mirandola Antonio (+ 1648). Visse in Cento (Ferrara) ove guidò e favorì fin dagli inizi il famoso Guercino, che deve a lui il principiare della sua gloria. Scrittore fecondo, dilettante di pittura e promotore di essa.

Mula (5) Ascanio (sec. XVII). Abate per vent'anni di S. Maria in Porto a Ravenna, ove ridusse a perfezione e compì (1664) il tabernacolo lasciato incompleto dal confratello Giuseppe Vivoli. (Cfr. questa voce).

(5) Mula - o Da Mula - è cognome di famiglia patrizia veneta.

Nicola (sec. XV). Tra il 1439 e 1440 dà il disegno del chiostro lateranense (oggi non più esistente) costruito sotto Eugenio IV (e per sua volontà) insieme al nuovo monastero che il pontefice fa costruire per gli Agostiniani Lateranensi richiamati a Roma, al Laterano. Così ricorda il fatto la Cronaca antica di quel monastero al foglio 9: "Frate Nicolao muratore designante aedificium monasterii... Remansit Can. D. Antonius De Nardis de Brixia super dictum aedificium", cioè sopraintendente alla costruzione. I lavori sospesi furono ripresi nel 1444, e il chiostro -finito nel 1445- fu consegnato ai Lateranensi con bolla di Eugenio IV che scrive: "quod (claustrum) magnis expensis oneribus et amplissimis structuris a fundamentis aedificare fecimus" (Cfr. N. WIDLOECHER, La Congregazione dei Canonici Lateranensi, Gubbio, Tip. Oderisi, 1929).

Oliva Basilio (sec. XVII). Bologna. Del monastero di S. Giovanni in Monte. Eccellente architetto, che tra il 1632 e il 1640 costrusse il magnifico atrio che da detta chiesa mette in via S. Stefano.

Ramelli Giovanni Felice (1666 + 1741). Asti. Dei conti di Celle. Religioso nell'abazia di S. Andrea in Vercelli, poi preposito a S. Pietro di Gattinara, indi abate di S. Maria Nova d'Asti (1707). Scolaro in Vercelli del suo confratello Dionisio Rho -ch'egli superò nel miniare, tanto in pergamena che su pietra- e maestro della celebre miniaturista Carriera Rosalba (1675 + 1757), la regina del pastello. (Altri dice allievo).

Nel 1717 Clemente XI lo chiamò a Roma, nominandolo abate perpetuo privilegiato. Da allora rimase sempre al servizio dei Papi, sino alla morte che lo colse in Roma, ove fu sepolto in S. M. della Pace.

Fu celebre disegnatore, miniatore, ritrattista, dal disegno castigato e sicuro, dal colorito vago e vivace e piacevole. Tra le sue opere si ricordano le miniature di Bologna: teste di G. Reni, del Pasinelli e di Del Sole; della galleria di Dresda (ritratto di donna) del Riksmuseum di Amsterdam, (Giuseppe e Putifarre dal Cignani); del palazzo reale di Torino, ove aveva fatte -per commissione del re di Sardegna- copie dei grandi maestri della galleria Fiorentina. Al palazzo Graziani di Pesaro è una sua miniatura ("cosa rara a vedersi") fatta senza punto: un pastore con selvaggina morta.

Nella biblioteca dell'Università di Padova una Madonna con Bambino: miniatura vaghissima per graziosità di disegno e per morbida vigoria di colorito.

Rapari Colombino (+ 1570) Cremona. Architetto della ricostruzione del tempio suntuoso di S. Pietro al Po in Cremona (1563), ov'egli fu abate dal 1540 al 1570, e dove B. Gatti lo ritrasse in una tavola ch'era prima all'altare maggiore, nel 1796 esiliò a Parigi e poi -ritornata nel 1815- fu collocata nel secondo altare a sinistra. La chiesa -ingrandita con l'aggiunta delle contigue S. Maria Egiziaca e S. Alessandro- riuscì di tanta eleganza e purezza di stile da farla, in seguito, attribuire senz'altro al Palladio. Ha tre navi d'ordine corinzio di tanta armonia ed elegante proporzione che desta ammirazione. Nel 1563 il Rapari è ricordato anche come pittore; forse di quel "quadro appeso alla parete (e che) esisteva in chiesa all'altare N. 11, e rappresenta S. Ubaldo vescovo di Gubbio, (che) dicesi lavoro di un canonico lateranense, che si accosta alla maniera fiamminga" (G. GRASSELLI, Guida storico-sacra di Cremona, Cremona, Bianchi, 1818).

 

Rho Dionisio (sec. XVII). Piemontese. Maestro del Ramelli. Bravo disegnatore, pittore e miniatore, che operò tra il 1680 e il 1707 in Roma. Copia dagli antichi maestri e minia numerosi ritratti.

Righettino Girolamo (sec. XVII) Torino. Bravo disegnatore e topografo del 1680.

Rodolfo (sec. XII). Dagli storici bolognesi è ritenuto comunemente come il ricostruttore (ed amplificatore) della chiesa di S. Giovanni in Monte di Bologna nel 1221.

Rota Jacopo (sec. XVII) Venezia. Bravo pittore e paesista del 1750.

Tacchetti Camillo (1703 + ?) Verona. Monaco a S. Leonardo. Bravo miniatore, che studiavasi d'imitare la maniera del suo maestro Ramelli. Nato nel 1703, operava ancora nel 1772.

Vivoli Giuseppe (+ c. 1629). Monaco a S. Maria in Porto a Ravenna. Abate di S. Pastore, quindi di Rimini, poi governatore di Comacchio e generale dell'Ordine. A S. Maria ammiravasi un suo tabernacolo -ricchissimo di pietre e di gemme- "ingegnosissimo, di raro e maestrevol disegno" rappresentante la chiesa trionfante com'è descritta nell'Apocalisse.

Studiò la navigazione del Po e l'interramento delle valli adiacenti presiedendo ai lavori, e scrisse tra l'altro: Della essicazione del Po di Primaro e della inalveazione dei fiumi adiacenti. (Bologna, Benacci 1598; Ferrara 1599).

Volpe (Della?) Gabriele (sec. XVI). Palermitano per nascita, (o carrarese?) o per elezione. Da un atto pubblico del 1536 sappiamo ch'egli era passato ai canonici regolari di S. Agostino, dopo essere stato domenicano, e come tale aveva professato nel 1524 a S. Domenico di Palermo. Ivi dipinse una tavola della Madonna della Catena oggi al museo nazionale (N.ro 95) con vago e vigoroso colorito, firmata: Fr. Gabriel de bulpe pictor 1-5-3-5. Nel 1536 col citato atto pubblico nel quale è qualificato' "cittadino palermitano" si obbligava a dipingere una icona dell'Immacolata per la cappella della Concezione nella chiesa di S. Maria degli Angeli, detta la Gancia. Oggi non n'esiste traccia alcuna, come neppure dell'Assunta dipinta a chiaroscuro per la chiesa matrice di Montesangiuliano, firmata: ven. frater Gabriel Vulpi c. p. 1538. Altri lavori gli sono attribuiti per evidenti punti di contatto coi suoi noti, ma non sono certi. Più che il disegno, nel quale non appare molto eccellente, è lodevole nel Volpe il colorito, sempre luminosissimo e trasparente. (Cfr. DI MARZO G., La Pittura in Palermo nel rinascimento, Palermo, Reber, 1898).

Il movimento artistico agostiniano segue un po' le fasi del movimento artistico in genere: gli albori, lo splendore, la decadenza. Da tre nomi nel secolo XIII -è l'aurora- si sale ai ventotto del secolo XV -l'apogeo- attraverso i dodici del secolo XIV, per scendere a ventidue nel XVI. Poi la stasi -direi per forza d'inerzia- del secolo XVII: ventuno artisti, la discesa a dodici nel XVIII. E poi... la fine.

Gli uomini di chiesa -i clerici- che avevano ormai perduto il primato scientifico (clericus equivaleva a doctus) spariscono pure dal campo dell'arte, fors'anche per colpa dei rivolgimenti politici. Prima che all'arte -che richiede tranquillità e raccoglimento- dovevano pensare, in quei frangenti, alla vita.

Ora che qualche artista torna a fiorire nelle file del clero; ora che si parla tanto di arte cristiana, o religiosa, riprenderà il clero d'Italia, riprenderanno i figli di S. Agostino il posto che in antico tennero così nobilmente nel campo dell'arte? Faxit Deus.